Io sono tra quei pochi fortunati piemontesi (ma non solo) ad aver imparato a sciare da bambino, ad un’età veramente precoce. A 3 anni e mezzo (io sono di maggio), durante le vacanze invernali del 2002 mia madre mi portava per la prima volta sul “baby” (nome ricorrente degli skilift delle località sciistiche) di Frabosa Soprana. Da quel momento in poi, per tutto il resto della mia vita, fino ad ora, ho sempre messo gli sci ai piedi per almeno 10 volte alla stagione.
Frabosa Soprana, per chi non la conoscesse, è una località sciistica sita poco sopra Mondovì, frequentata con più assiduità dai liguri che dai piemontesi. La sua caratteristica, che ne ha sancito il successo negli anni ’70 e ’80 era la straordinaria abbondanza di neve che ogni anno ricopriva il paese (come d’altro canto tutte le altre località sciistiche delle Alpi Marittime) e la montagna che lo sovrastava, il Monte Moro. Durante gli anni ’90 il massimo del successo lo si ottenne con la costruzione di una seggiovia che permise l’unione degli impianti sciistici di Frabosa con quelli di Prato Nevoso (località ben più blasonata e con una più ampia offerta di piste).
I problemi per Frabosa, però, sono iniziati nella seconda metà degli anni ’10, quando infatti le precipitazioni nevose hanno smesso di lambire le nostre montagne con l’usuale frequenza e l’innalzamento delle temperature ha spinto le poche nevicate sempre più in alto di quota. Frabosa, infatti, non raggiunge i 1000 metri sul livello del male.
Oltre alle disgrazie climatiche, ci si è “messa” anche la Regione che con una nuova regolamentazione ha deciso che le stazioni sciistiche sotto i 1600m non avrebbero più ricevuto finanziamenti per le nuove strutture e per il, sempre più necessario, innevamento artificiale.
Una caratteristica delle stazioni sciistiche piemontesi, inoltre, è sempre stata la grande frammentazione delle proprietà e la scarsità degli investimenti. Perché investire in nuove strutture o riunirsi in gruppi quando i profitti sono sempre facili e alla portata?
In Trentino, dove non esistono grandi centri abitati, il processo di sviluppo è iniziato molti anni fa.
Solo pochi anni fa, il più grande comprensorio sciistico piemontese, la Vialattea è stato acquistato per intero da una società Britannica, la medesima che ha, negli ultimi giorni, finalizzato l’acquisto degli impianti sciistici di Bardonecchia, altra località che, come Frabosa patisce la bassa quota.
Ultimamente però si è capito che i 2000 metri proposti dalla Regione, come quota minima per gli investimenti, non bastano più e ben preso la neve inizierà a scarseggiare anche a quella quota, che fino a qualche anno fa sembrava lontana da ogni rischio.
È evidente che urga la un cambio nel modo di vivere la montagna. Il sistema unicamente basato sull’abbondanza della neve non può più sopravvivere. Al giorno d’oggi, però, è impossibile vedere la montagna senza lo sci alpino. Eppure, a sopravvivere saranno solo ed unicamente le località che prima delle altre comprenderanno l’urgenza del cambiamento.
Sta crescendo, infatti, una concezione di turismo montano invernale che non cerca più l’ebrezza della discesa.
La montagna in inverno offre numerose attività ad impatto ambientale decisamente ridotto che, qualora comunicate nel modo più appropriato, non hanno nulla da invidiare allo sci da discesa.
Senza contare che il costoso mantenimento degli impianti di innevamento artificiale è finanziato dalla Regione Piemonte; quindi, dai soldi di chi non necessariamente usufruisce della neve prodotta.
Io stesso, che sono un grande innamorato della discesa ad alte velocità ho deciso che, fino a quando non saprò eliminare completamente la passione, andrò a sciare solamente quando la neve sarà caduta naturalmente dal cielo e le condizioni permetteranno un naturale godimento dell’ebrezza dello sci alpino.