Oggi è il primo dicembre e, come da tradizione, i nostri cugini milanesi del Sole 24 Ore pubblicano l’elogio alla propria città… ehm, pardon: la classifica annuale della qualità della vita.
Come gli ascoltatori del nostro podcast e i lettori dei nostri articoli sanno, noi di Torino Città Stato non siamo particolarmente amanti di questa graduatoria. Il quotidiano della finanza milanese, infatti, ogni anno piazza il capoluogo meneghino nella parte alta della classifica, scontrandosi però con l’oggettività della realtà: decine di migliaia di persone della classe media sono ormai private della possibilità di vivere in città, a discapito di sempre meno ultra-ricchi disposti a pagare prezzi monstre per abitare nelle zone della movida d’oltre-Ticino.
Quindi sì: Milano ha un’alta qualità della vita — per i Paperoni, spesso stranieri (well done, Ambreus!).
Finita la mia sterile polemica, veniamo all’analisi della classifica, che vede Torino scalare una posizione e piazzarsi 57ª tra le province italiane.
Scendendo nel dettaglio emerge una frattura evidente: se l’economia va bene (il capoluogo migliora nelle voci “Ricchezza e consumi” e “Affari e lavoro”), “Ambiente e servizi” e “Cultura e tempo libero” mostrano invece una vera e propria Caporetto.
Entrando ancor più nel merito, notiamo che la posizione più alta Torino la conquista in “Home e corporate banking per servizio alle famiglie”, cioè il tasso di clienti che utilizzano servizi digitali per accedere al proprio conto corrente. Il risultato peggiore lo otteniamo invece nell’“Indice di salubrità dell’aria”: dato autoesplicativo, che va preso per quello che è (anche se voci sempre più insistenti iniziano a sospettare che non tutti i capoluoghi abbiano piazzato correttamente le centraline).
Visto il risultato — quantomeno sorprendente — delle voci legate all’economia, si potrebbe pensare che ci sia da festeggiare. Peccato che ci pensi la Commissione Europea a far calare gli entusiasmi declassando la Regione Piemonte (che è vero, non è solo Torino, ma di cui Torino è pur sempre il capoluogo) tra le regioni in “transizione”, ossia quelle con un PIL pro capite più basso della media della zona UE.
Quindi ragazzi, mettiamoci d’accordo: questo 2025 è un anno da ricordare per i successi o per le batoste? Io propendo per la seconda… ma chi sono io per giudicare?
Rimango comunque un inguaribile ottimista e vedo una città che forse comprende ogni giorno un po’ di più che il re è morto (a voi scegliere se identificarlo in un noto industriale o in un membro di una casata reale) e che il futuro va delineato con una collaborazione tra istituzioni pubbliche (che non hanno un soldo), associazioni di categoria (che rappresentano chi i soldi li ha, ma non vuole spenderli) e le fondazioni bancarie (che i soldi li hanno e ne stanno pure investendo molti sul territorio).
La domanda finale allora è: su cosa dovrebbe puntare Torino per scalare qualche posizione e migliorare nelle proprie vanity metrics… pardon, nella qualità della vita offerta ai cittadini?