L’Estetica di Torino (ovvero della ruota panoramica)

16 Agosto 2024
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La malsana idea di collocare una grande ruota panoramica alta 60 metri nei giardini Leone Ginzburg (marito della famosa scrittrice) merita una serie di riflessioni che si possono estendere a tutta la città.
L’idea, partorita dalla mente dell’assessore ai grandi eventi Mimmo Carretta, non è di per sé criticabile in toto. A stonare è però la scelta del luogo dove palazzo civico vorrebbe collocarla (inizialmente per un periodo sperimentale di 6 mesi). La parte di quella riva del Po, tra i ponti di corso Vittorio e della gran Madre, è una delle più belle di Torino. Complice un’orografia particolarmente felice, la fascia della collina che segue il Po rientra leggermente nel tratto poco prima della Gran Madre, facendo così risaltare sia il Monte dei Cappuccini sia la celebre chiesa “copia” del Pantheon.
In gergo artistico quella che appare guardando il Monte dei Cappuccini dalla “balconata” di corso Cairoli è una composizione: un attento studio di elementi naturali e artificiali, ben amalgamati.
Ovviamente quel profilo non è sempre stato così e i torinesi più attenti alla storia industriale sabauda sanno perfettamente che nei giardini sopra citati, a sinistra del bell’edificio che ora ospita gli Amici del Fiume, erano sorta ai primi del ‘900 gli edifici della Diatto Ferroviaria, poi abbattuti.
La restituzione di questo paesaggio, avvenuta nel secolo scorso, derivante dalla cancellazione della fabbrica, merita di essere rispettata e fu quasi sicuramente presa per motivi non prettamente economici ma di bellezza. In parole povere in quel tratto è stato tolto un manufatto per ri(creare) un insieme più armonico. Questa fa riflettere su che tipo di città vogliamo raccontare e conservare: una Torino alla ricerca della bellezza o dei luna park?
I canoni rigorosi della bellezza monumentale e architettonica di Torino sono ben precisi e sono frutto non solo di vari periodi storici ma anche di attenti ragionamenti. Basti ricordare come, all’inizio degli anni ‘90 (con la giunta di Valentino Castellani, sempre sia lodato), sono state restituite ai torinesi vie e piazze invase dalla vetture (la prima fu piazza Carignano). In questo caso è stato tolto (strade e vetture) per ridare l’originaria estetica alle piazze e alle strade. Idem in via Monferrato, dove la pedonalizzazione ha fatto notare a tanti la singolare pianta a “clessidra” della via, visibile solo se si percorre a centro strada.
Oppure come nel corso degli anni siano stati elaborate rigorose prescrizioni per il colore palazzi storici. In seguito a quest’ultime scomparvero dalle facciate dei palazzi più antichi i classici grigi per riportare in auge le tinte panna e delicate ma ben distinguibili tonalità di giallo (l’idea del piano è del 1979, è stato poi redatto nel 1993 e poi reso operativo dal 1997). Il trentennale “percorso estetico” di Torino sembrava quindi ben avviato e parzialmente rispettato (si veda la futura pedonalizzazione dell’ultimo tratto di via Roma).
Tutta questa premessa per giungere ad un’amara constatazione: ma come può il Comune anche solo pensare allo scempio della ruota nei giardini Ginzburg? Quale disastro è accaduto nelle menti non solo del proponente (già noto per voler calare una cittadella dello sport nel Parco del Meisino) ma del Sindaco e di tutta la giunta di maggioranza? Nessuna parola dalla sovrintendenza, che aveva già digerito male l’idea dell’assessore Rosanna Purchia di voler risuscitare la funicolare per il Monte dei Cappuccini (poi ovviamente cancellata). Meno male che Torino ha ancora degli anticorpi validi, che rifiutano le idee malsane più grosse come se fossero virus in un corpo umano. A interpretare questo ruolo ci hanno pensato i grandi architetti Benedetto Camerana e Carlo Ratti, che sulle pagine de “La Stampa” hanno bocciato il luogo proposto per la famosa ruota panoramica. Concetto, questo, appartenente non solo al 1900 ma addirittura alla fine del 1800 (quella di Vienna è del 1897). Che sia stato ripreso da altre capitali europee (Londra) non vuol dire: non sempre si deve inseguire chi ascolta “cattiva musica”. Tradotto: nella capitale inglese (piatta e privi di rilievi) la ruota è, per quanto bella, immersa in un contesto totalmente diverso rispetto ai giardini Ginzburg. Quello è un luogo dove la vicinanza della ripida collina fa perdere quel senso di visione a 360°, che appunto è l’elemento più accattivante della ruota. Perché non farla nel piazzale di fronte al giardino roccioso del Valentino, accanto a Torino Esposizioni? Il padiglione Nervi a breve sarà sede della biblioteca civica e di parte della facoltà di architettura. Ratti ha suggerito che la ruota dovrebbe essere un buon esercizio di design: quale luogo più indicato? Una collocazione che ricorderebbe quella di Vienna, che è al Prater, il parco più bello della capitale austriaca.
C’è da dire inoltre che da secoli Torino pullula di luoghi dove si può vedere la città dall’alto. Eccoli: lato collina: Superga (672 mt) , Monte dei Cappuccini (325 mt), Colle della Maddalena (715 mt). Nel lato città: Mole Antonelliana (167,50 mt), campanile del Duomo (62 mt), grattacieli Intesa San Paolo (167,25) e della Regione (209 mt).
Occorre quindi chiarire una cosa ben precisa: a Torino ci sono contesti che devono essere definiti e tutelati una volta per tutte. Di conseguenze tutti gli elementi platealmente fuori contesto non devono essere più accettati e/o accettabili. Questo ha a che vedere con il principio della “specializzazione” delle aree e quartieri di Torino. Abbiamo la fortuna di avere molto: non sarebbe il caso di aumentare e preservare gli elementi che caratterizzano le varie zone di Torino piuttosto che fare un pericolosissimo minestrone (mischiando per esempio un bellissimo paesaggio con una ruota panoramica)?
Viene il sospetto che la ruota sia solo un pretesto per colonizzare con varie attività l’area dei giardini Ginzburg. Si faccia la ruota in altro posto (Torino Esposizioni, per esempio), ma non sul lato collinare della città: sarebbe come dipingere i baffi alla Gioconda.
PS: scrivendo queste righe mi è venuto in mente sempre più chiaramente un libro di Alessandro Baricco che lessi anni fa. Si chiama “I barbari” (edito nel 2006) ed è la narrazione di un processo che riguarda il cambiamento dei gusti (in peggio, ovviamente).

Foto: Archivio Alinari – pagina gruppo FB “Torino sparita su facebook”.

1 Comment

  1. Fantastico. Perfettamente in linea con la Petizione, promossa da Mario Grosso, Nadia Fedele e Herta Dorini – abitanti in Corso Cairoli, di fronte ai Giardini Ginzburg – che sarà presentata in Comune al raggiungimento delle 300 firme.

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